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Mostra personale a cura di Domenico Maria Papa

Galleria Nuvole Arte

Montesarchio (BN) – Campania

Sabato 12 Giugno 2021
dalle ore 17.00 

 

Il suono di un goccia. Profondo, remoto, ripetuto, ma senza una speciale cadenza. A chiudere gli occhi, potresti immaginare di trovarti in una grotta, in una di quelle grandi cavità sotterranee dove il tempo lascia che le dita di concrezioni caliginose si incontrino a disegnare degli archi. 

L’umidità dell’ambiente lucida le superfici che brillano di una luce oscura.

C’è qualcosa di antico, qualcosa che richiama ere geologiche passate, nelle opere recenti di Antonio delli Carri. Sono anch’esse curiose concrezioni: più che alla scultura fanno pensare a stratificazioni naturali, a metà tra un fossile e una lenta stratificazione scistosa.

Più che alla scultura, fanno pensare a una natura che assorbe tempo, storia e cultura, che tutto plasma in sedimento cristallino. 

E capita anche che le asperità minerali, che nell’insieme formano la superficie porosa delle sue opere, emettano dei suoni, se scosse con la punta delle dita. Basta un tocco delicato e ciascuna delle scaglie cretose risuona di un rumore denso come, appunto, quello di una goccia in un ambiente cupo. 

Strana parentela quella tra la scultura e il suono. Ciò che colpisce in una statua, infatti, è il suo starsene in disparte, muta, lontana dalla chiassosa vitalità degli uomini. Le statue non parlano, anche quando disperatamente chiedi loro di farlo, come la leggenda vuole abbia fatto Michelangelo completando il suo Mosè.

Di statue parlanti raccontano le cronache dell’antichità. Dall’effige di qualche dio egizio, in certe condizioni, si levavano come delle voci. Parole difficili da distinguere e perciò adatte al vaticinio, oppure più semplicemente l’eco di un richiamo, il suono di una tromba, la sveglia al mattino dei giorni di festa. Ma si trattava di statue che nascondevano nelle loro viscere organi idraulici, flussi d’acqua, ancora una volta, che nel movimento inducevano spostamenti d’aria che le orecchie degli spettatori scambiavano per una voce soprannaturale. Nient’altro che un artificio da mago, ma che cosa era l’artista se non un mago, un sapiente capace di mutare l’essenza delle cose e dare una sonorità liquida alla rigidità della pietra?

Antonio delli Carri appartiene alla categoria degli scultori e dunque a quella classe di artisti che più di altre conserva le conoscenze, e a volte ancora l’aspirazione, per indurre nella materia le trasformazioni che incantano lo spettatore. È l’incanto, non già l’utile, che giustifica il lavoro dello scultore e lo differenzia da quello del fabbro o dell’ingegnere. Non c’è nessuna utilità nel far scaturire dalla materia resinosa delle opere il suono di una goccia, ma forse per questo ancor di più ne godiamo la magia.

 

Domenico Maria Papa

 

 

 

 

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